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 EUROPA - EUROPA - Regno Unito - Cibo spazzatura, stop alla pubblicità online e in tv fino alle 21
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10 agosto 2021 12:17
 
Il Regno Unito vieterà la pubblicità di cibo spazzatura online e in Tv prima delle ore 21:00 a partire dal 2023. Il divieto riguarderà prodotti ricchi di grassi, sale e zucchero (Hfss) e potrebbe costare alle emittenti televisive come ITV, Channel 4, Channel 5 e Sky più di 200 milioni di sterline all’anno di entrate. In questo modo Boris Johnson cerca di affrontare la crescente crisi dell’obesità nel Regno Unito. Le nuove misure, che rappresenteranno alcune delle restrizioni di marketing più dure al mondo, avranno un impatto pesante sugli oltre 600 milioni di sterline spesi dalle aziende per tutta la comunicazione alimentare sul web e in TV ogni anno. Il divieto per la pubblicità online interesserebbe tutte le forme di marketing digitale a pagamento, dalle inserzioni su Facebook ai risultati di ricerca sponsorizzati su Google, alle promozioni tramite SMS e alle attività a pagamento su social media come Instagram e Twitter.
Le dure regole sono in linea con il pensiero di Boris Johnson, che ha modificato il suo punto di vista sulla salute dopo il ricovero in ospedale a causa del coronavirus lo scorso anno, quando si è reso conto del maggior rischio di malattia grave o morte per Covid per le persone in sovrappeso. Le prove mostrano che l’esposizione alla pubblicità del cibo spazzatura può influenzare le scelte alimentari dei bambini, favorendo un consumo calorico eccessivo. “In questo modo ci impegniamo a migliorare la salute dei nostri bambini e a combattere l’obesità – ha dichiarato la ministra della sanità pubblica, Jo Churchill – i contenuti pubblicitari che vedono i giovani possono avere un impatto sulle scelte e sulle abitudini alimentari. Con i bambini che trascorrono più tempo online, è fondamentale agire per proteggerli dalla pubblicità malsana. Questa azione sulla pubblicità aiuterà a cancellare miliardi dal conteggio nazionale delle calorie e darà ai nostri figli una buona possibilità di uno stile di vita sano”.
Al fine di mantenere le restrizioni proporzionate, le nuove normative si applicheranno solo ai prodotti alimentari e bevande che maggiormente incidono sull’obesità infantile,  mentre garantiranno che i cibi più sani di ogni categoria possano continuare ad essere pubblicizzati. Il provvedimento prevede però delle eccezioni rispetto al documento fatto circolare un anno fa, giudicato dall’industria alimentare e radiotelevisiva come eccessivamente rigido. Ad esempio, continuerà a essere consentito promuovere il proprio marchio online e in TV, ma non i prodotti. In altre parole una catena di fast food spesso associata a cattive abitudini alimentari potrà continuare a fare pubblicità, a condizione che nello spot o nell’inserzione a pagamento non siano visualizzati cibi ricchi di sale zucchero e grassi. Le aziende potranno inoltre promuovere i prodotti sui propri siti web e account sui social media.
Il governo ha anche stabilito un’eccezione per prodotti che non sono tradizionalmente considerati junk food come miele, marmellate, avocado e olio di oliva, ma che sarebbero stati penalizzati dalla proposta  di normativa. Non saranno invece soggetti a restrizioni le pubblicità di prodotti come le bevande con dolcificanti artificiali o i nuggets di pollo venduti da catene di fast food come McDonald’s perché da un punto di vista nutrizionale non sono considerati alimenti Hfss. Sarà ancora consentita la pubblicità di cibo spazzatura attraverso supporti audio, come podcast e radio, e non ci saranno nuove restrizioni per il settore fuori casa, che include cartelloni pubblicitari, autobus e luoghi come le stazioni ferroviarie e aeroporti. L’elenco dei prodotti e il divieto stesso verranno rivisti periodicamente. Detto ciò va precisato che le regole non valgono per imprese con meno di 250 dipendenti. Spesso, per piccole e medie aziende, l’unico modo per far conoscere i propri prodotti è infatti la pubblicità online e il governo britannico non ha voluto penalizzare ulteriormente imprese che già sono state duramente colpite dalla pandemia.
(Roberto La Pira su Il fatto Alimentare)
 
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