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L’irriverente pensa alla fila dell’Apple Store di Milano
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Articolo di Vincenzo Donvito
27 luglio 2018 8:44
 
 In migliaia hanno atteso l’apertura di quello che viene chiamato il più grande Apple store d’Europa, quello di Milano. Ho letto le cronache: ordinarie storie di donne e uomini che adorano stare in fila e per questo essere ricordati e poterlo raccontare. Ho visitato gli analoghi store di Firenze, New York e Tokyo (ovviamente senza fare file) tanti commessi e qualche commessa. Non ho comprato niente. Ho solo fatto vigilanza che la figliola saltellante da un tavolo all’altro non facesse danni, ché i miei soldi già non li dò per scelta ai capitalisti con la felpa “from Cupertino”, figurati come ci resterei male se dovessi darli perché la figliola ha rotto qualcosa.
Le ordinarie storie dei “line boys” e delle “line girls” sono quello che mi preoccupano. Mi vengono in mente coloro che si rivolgono all’associazione presso cui faccio servizio volontario di informazione e consulenza, e che si lamentano che per fare un certificato in Comune o in Prefettura bisogna perdere così tanto tempo (talvolta meno se si prenota online); e mi vengono in mente i ragazzi e le ragazze extracomunitari che, prima o dopo le massacranti file in Questura (anche lì spesso dall’alba, ma non ricordo dal giorno prima, come per lo store milanese), vengono a chiedere informazioni per meglio capire come e cosa fare per farsi meglio accogliere sul territorio della penisola. E poi penso alle file che ogni tanto devo fare all’ufficio postale di fronte al mio ufficio per spedire una qualche raccomandata A/R * che, nonostante le leggi sulla Pec ci siano e siano esplicite, ancora bisogna farle a privati e, soprattutto, a enti ed istituzioni pubbliche.
E mi scorrono per la mente i due volti dei forzati delle file e di quegli altri non-forzati delle file. Questi ultimi coi loro telefonini (Apple, ovviamente), che documentano e “viralizzano” ogni loro respiro e ogni loro peto e sorriso e pensiero (quando c’è e non guasta la regia del video).
Se fossi un politico alla moda non scriverei queste cose, e farei temporanea ed opportuna astensione di idee e speranze, perché il politico alla moda non è quello che propone, si confronta, razionalizza, esegue, ma è quello che raccoglie l’umore diffuso (social, strumento principe, e poi qualche sondaggio) e li banalizza più di quanto già non siano banali per farne bandiera, proposta e rivendicazione. Cioé: un anonimo e furbo ragioniere **, magari che sa usare bene ed in modo opportuno il turpiloquio e i paragoni calcistici o di comportamenti animali o sessuali, colorendoli per umanizzarli e creando l’effetto sorpresa, come molti titoli di molti giornali.
Ma non sono quello che si dice un politico alla moda. Resto politico, un irriverente ed antropologico politico, un progettista di idee, chè non credo esistano altri parametri per capire, costruire e vivere la felicità, quella mia che è tale solo se c’è anche quella degli altri e dell’altro (incluso quello brutto e sporco, che magari fa la fila per un’apostille in Prefettura al proprio certificato di fuga dall’inferno della fame o della guerra).
E sempre da politico non alla moda (mi fanno cagare i vomiti dei social, considerati al pari di un’indagine statistica per valutare gli umori e le tendenze), sai cosa avrei fatto se mi fossi accorto prima del delirio dell’Apple store di Milano? Sarei andato lì, col volto umanitario di chi aiuta a lenire le sofferenze e avrei distribuito bottigliette d’acqua. Solo che prima, attraverso il tappo di ognuna di esse, avrei introdotto un incolore sostanza da far venire la cagarella a chiunque avesse bevuto.

* potrei raccontarvi i volti degli addetti degli sportelli, dietro i loro vetri, coi loro tic, i loro sorrisi, i ciao e i buongiorno, chè quando li incontro fuori di quell’antro dantesco che è l'ufficio postale con la gente in attesa, ci salutiamo con un sorriso.
** non me ne vogliano i ragionieri che lavorano come altri, il mio è un modo di dire per rendere meglio un concetto
 
 
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