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Informazione di Stato, e non solo. Ogni residente paga 33 euro, ne vale la pena?
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Editoriale di Vincenzo Donvito
27 dicembre 2016 13:05
 
 Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Agenzia delle Entrate, gli introiti del cosiddetto canone Rai (imposta di possesso su apparecchio tv) dovrebbero superare per il 2016 i 2 miliardi di euro (1). Se quindi consideriamo che i residenti in Italia sono circa 61 milioni, significa che ogni cittadino versa allo Stato circa 33 euro per “godere” dell’informazione di Stato e per il finanziamento all’editoria privata.
Non si tratta di una piccola cifra, se consideriamo che include anche i bambini e coloro che non possiedono un apparecchio tv o che guardano altri canali che non la Rai e che -proprio perche’ imposta sul possesso- devono comunque contribuire, nonostante gli dicono che si tratta del pagamento di un abbonamento/canone (potere dell’imbroglio lessicale…). Ogni famiglia anagrafica che ha pagato i suoi 100 euro di imposta tramite la bolletta elettrica, ha cosi’ contribuito, insieme alla pubblicita’, a mantenere la tv di Stato: tutte quelle persone che affollano spesso le nostre serate solitarie in casa, coi volti familiari che riconosceremmo ovunque e che parlano tra di loro come fossero a casa nostra; tutti quei giornalisti che ci informano, dal loro punto di vista e con le “dritte” che vengono loro imposte dal controllo politico della Rai, su quanto accade nel mondo e in Italia.
Vale la pena pagare questi 33 euro? No, secondo noi. Non perche’ non vogliamo riconoscere che nel “sistema Rai” ci siano tante professionalita’ che comunque svolgono un servizio utile alla comunita’, ma perche’ -in termini strettamente economici per il contribuente- ogni persona interessata alle trasmissioni Rai, puo’ vedere le stesse attraverso Internet, spesso anche in diretta streaming, e questo tipo di collegamento non comporta il pagamento dell’imposta.
Una situazione che ci deve far riflettere per meglio comprendere il contesto e le prospettive.
Noi, con questa valutazione, facciamo solo un discorso utilitaristico, quasi civicamente incosciente -potrebbe dire qualcuno- perche’ sembra che vogliamo godere di un servizio senza pagarlo. Un punto fermo: comunque paghiamo per avere un collegamento ad Internet di cui, tramite le imposte che vi sono comprese, ne beneficia tutto quello che e’ “Stato”, Rai inclusa. Ci preme evidenziare l’incongruita’ di un sistema di informazione di Stato: in un mondo dove ci si parla a 360 gradi e dove l’informazione e’ un business al pari di un altro, c’e’ ancora chi pensa di informare travisando da questo mercato. O -peggio, come avviene nel caso del nostro sistema pubblico- sfruttandolo in maniera ibrida e in abuso di posizione dominante (la concorrenza della Rai -anche col mercato pubblicitario- con altri attori dell’informazione che non fruiscono del cosiddetto canone). Autorita’ come Antitrust che bacchettano e comminano salate multe a chi compromette la concorrenza con cartelli e accordi piu’ o meno sottobanco, e’ sorda di fronte ad un cosi’ eclatante abuso come quello della Rai (2).
Il contesto e’ quindi di privilegio. In un mondo, in un’Europa e in un’Italia dove ogni giorno ci dicono che i privilegi non devono esistere e devono essere sostituiti dai meriti. Qualcosa non funziona…
Le prospettive, di conseguenza, sono a “zero raggio”. Come quasi tute le politiche dei nostri governi e delle nostre amministrazioni: si guarda all’oggi (con leggi e norme che fanno onore all’urgenza) e mai al domani e al dopodomani. Quello che -per intenderci, in una prospettiva economica anche piu’ ampia di quella del business dell’informazione- non consente quasi mai la manifestazione di tutte le professionalita’ e desideri, espellendole o ingrippandole nella macchina del consenso politico.
La Rai, in sostanza, e’ lo specchio del nostro Paese. Il concentrato -in ambito informazione- dei problemi economici e politici della nostra quotidianita’. Che bello: siamo un Paese omogeneo… dovremmo per questo essere soddisfatti? Per niente! Noi vorremmo un’altra omogeneita’, quella del mercato ovunque e nel rispetto dei diritti degli individui. Nella fattispecie, cosa impedisce che, per esempio, se proprio non si puo’ fare a meno di un servizio pubblico di informazione (il dubbio su questo ci rimane, sempre) questo non fosse com’e’ oggi, ma frutto di una gara per la concessione, con emissioni senza pubblicita’ e pagato -invece che dal cosiddetto canone- dalla fiscalita’ indiretta dello Stato? (3)
Contesto e prospettive, dicevamo. Discutibili, le nostre osservazioni e proposte. Per carita’. Ma prendiamo atto che un confronto del genere e’ inesistente e ostacolato. Per questo, in quell’ottica di riduzione del danno che caratterizza la nostra politica in difesa e affermazione dei diritti degli utenti, ci sentiamo a nostro agio nel ribadire che quei 33 euro che ognuno di noi da’ allo Stato per la Rai, non ne valgono proprio la pena!
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1 – Cosi’ ha riferito il direttore dell'Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, durante un'audizione in Parlamento. Ai fini di una prima valutazione degli effetti della nuova normativa introdotta, "occorre considerare che dai flussi informativi trasmessi all'Agenzia delle Entrate da Acquirente Unico emerge che l'importo del canone tv ad uso privato complessivamente addebitabile nelle fatture per energia elettrica per il 2016 è pari a circa 2.272 milioni di euro". L'importo addebitato dalle imprese elettriche fino al 31 ottobre 2016 è pari a circa 2.129 milioni di euro (94% dell'importo addebitabile).
2 – piu’ volte da noi interpellata in merito, l’Antitrust ci ha sempre risposto “picche”.
3 – come gia’ avviene, per esempio, per la radio che, a parte il possesso professionale, la fiscalita’ derivante dalle famiglie attinge da una percentuale della Rc-auto.
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